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Per molti il è qualcosa di ingestibile, più che un gusto o una sensazione è una vera e propria tortura afflitta attraverso un piatto. Per tutti gli altri è una vera e propria scarica d’adrenalina legalizzata. Per gli orientali, che di cucina se ne intendono, è  uno dei 5 elementi elementi che danno equilibrio ad un piatto: dolce, salato, acido, amaro e, dulcis in fundo, piccante. Ovviamente gestire la piccantezza in un piatto è come guidare una moto, ne esistono di guidabili e comode, altre potentissime e rumorose ma, qualunque moto tu stia guidando, basta un colpo di acceleratore sbagliato e ti trovi direttamente pancia all’aria sull’asfalto. Una volta ad un ristorante Thai chiesi di assaggiare i peperoncini appena arrivati dall’Oriente. La cameriera mi disse: “Siculo? Piccantissimo! Tu muore!“. Io risposi sprezzante e sicuro di me: “No problem Amore lungo lungo, dammi quel !“. Dopo circa due minuti, la bella cameriera thailandese mi stava tenendo la mano ed io ero completamente in lacrime con un pacco di fazzoletti vicino, piangevo peggio che in una puntata di “C’è posta per te” e sudavo come in una mezza maratona.

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Altra piccola storia piccante, una volta, in una serata particolarmente riuscita di Chissenefood a Milano, in un ristorante Messicano, c’è stata una gara, tema: chi mangia più peperoncino. Dodici coraggiosi seduti attorno ad un tavolo, un bicchiere di latte (che sanciva la fine della tortura) e davanti loro una catasta di . I primi abbandonarono repentinamente, scolandosi il latte avidamente, accompagnando il gesto con urla che farebbero impallidire un esorcista. Rimasero in due alla fine, un cinese di nome Chen che guardava spavaldo l’altro contendete, anzi l’altra contendente. Lei carina ed impassibile lo distrusse mangiando dodici peperoncini di fila senza battere le enormi ciglia, mentre il ragazzo dagli occhi a mandorla si contorceva piangendo e bevendo latte a litri. Quindi da questa storia impariamo due grandi lezioni: bere latte per attenuare una eventuale overdose da capsaicina (ammesso anche latte di soia o di riso) e non acqua (oppure un pezzetto di pane), e mai sfidare una donna calabrese in una gara di piccante.  Ecco a voi la scala di Scoville e questa infografica trafugata in rete per farvi riconoscere le varietà più pericolose:

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In epoca di Sharing Economy, vorrei proporre per  il prossimo settembre uno scambio di peperoncini, come un tempo facevamo con le figurine Panini. L’unica regola è che siate voi ad averli coltivati o un parente, nulla di comprato insomma. Quindi prendete piantine, o vasetti e semini e incominciate a coltivare. Bastano un vaso, un po’ di terra che si trova ovunque sul pianeta terra e mettete in piedi il vostro piccolo orto dei dolori. Sarà una gioia vedere fiorire i vostri peperoncini fra qualche mese e vi assicuro che non serve il pollice verde (detto da uno che ha il pollice nero pece). Ecco il mio orto verticale milanese.

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Ricordate che i peperoncini sono tantissimi, ogni varietà ha un suo sapore. Troverete tanti consigli in rete sulla coltivazione casalinga del peperoncino, ad esempio ho imparato a non bagnarli mai prima della raccolta per renderli più piccanti e lasciarli sempre bene esposti al sole. Fidatevi ho ancora le lacrime.

Quindi basta aver paura, ricordate che un po’ di piccante nella vita fa bene a voi e ai vostri piatti e fidatevi di me: coltivare i peperoncini è addirittura terapeutico (hashtag ufficiale #peppertherapy). Quindi piantatela di lamentarvi, piantateli e date una svolta piccante alla vostra vita!

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