Non bussare sull’anguria

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Sta arrivando l’autunno e ora di tirare fuori i ricordi dell’estate e io voglio farvi leggere una lettera che scrissi l’anno scorso (mai mandata). Una lettera personale e privata, che parla di caldo, di ricordi e della regina dell’estate e tutto il resto è pioggia e autunno che verrà. Bye by summer, ci vediamo l’anno prossimo.

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Cara XXXXXXX.

Oggi è troppo caldo per fare qualsiasi cosa, muoversi in bici è l’unica soluzione, permette di avere aria condizionata gratis e quella sensazione di estate che ti sbatte sul viso insieme a qualche moscerino negli occhi.

Quando ero piccolino capivo che era estate da due cose, iniziavo a girare con la bici per il mio paese e per merenda compariva la regina dell’estate: sua maestà l’anguria. Come mi piaceva guardarla, toccarla, abbracciarla, perché era fresca e viva, e dopo tutto quell’inverno passato con distacco fra mele e pere senza vita, quel forziere di dolcezza e succhi era il premio perfetto.

Sai tesoro, qui si usa bussare sull’anguria per carpirne il suono, il grado di maturazione viene decretato da quanto più profondo e sordo esso sia. In pratica vedi gente al supermarket che bussa su questi frutti giganti e pieni d’acqua. Una volta ero al sud, in un mercatino e davanti ad un carretto pieno di angurie, c’era scritto “non bussare sull’anguria, tanto non vi risponde nessuno”.

Slice of Watermelon isolated on white

Da piccolo, prendevo la bici e andavo al mercato con mia zia. Lei aveva un piccolo frigo – di quelli alti come te e nel mio caso anche larghi come me, ero cicciotto – quindi prendeva sempre metà anguria. Tutta intera era impossibile da trasportare in bici e da conservare. Era divertente vederla nel caldo di luglio, con il suo abito a fiori, fare il trasloco dei cibi, riassegnando posizioni fra gli scomparti, per fare spazio a quella piccolo sole verde, rosso e bianco. Spostava sempre prima tutto sul tavolo e poi inserita la metà del frutto cercavamo di rimettere tutti gli altri ingredienti nel frigorifero, ma i conti non tornavano mai, qualcosa rimaneva sempre fuori.

La mangiavamo per merenda, a me piaceva inciderla, facevo delle piccole sculture con quella buccia meravigliosa e mi piaceva anche il bianco. Mi piaceva trafficare col coltello seghettato e il trucco era accaparrarsi sempre il migliore dal cassetto. Avevo già capito che un buon coltello era il tuo più grande alleato in cucina e a tavola. Io sceglievo sempre il coltello che tagliava di più, altrimenti mi tagliavo. Anche in cucina bisognerebbe sempre avere un coltello affilato e saperlo usare.
 Quando ero piccolo, poi, molte persone avevano ancora le galline nei pollai, quindi non buttavamo la buccia dell’anguria ma veniva portata alle pennute del vicino e le uova improvvisamente prendevano il gusto dell’estate. 

Ti confesso, io ho un istinto naturale per riconoscere l’anguria giusta, anche senza bussare. Sai vado di pancia, a caso, le guardo e capisco subito qual è la mia, non è mai la più appariscente, la più grande, la più splendente. La vedo solo io, o almeno, mi piace pensare che sia così. La vedo e la amo subito, l’abbraccio e la porto via.

Capisci di essere diventato grande quando non passi più il tuo tempo a scavare con il coltello alla ricerca dei semini dell’anguria, ma li butti giù. Capisci che sono la sua parte croccante, la parte sbagliata ma viva di lei. Spiacevoli inconvenienti di un frutto che altrimenti sarebbe perfetto. E la perfezione è sempre noiosa.

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Semini, tavola bagnata e tantissima pipì di notte. E poi come diceva sempre la mia zia preferita: l’anguria si mangia, si “paccia” (che penso voglia dire si sguazza, ci si gioca come se si volesse battere le mani in una piscina) ma soprattutto ci si lava la faccia. E lei quando era stufa di sistemare nel frigo l’anguria come se fossero un pezzo di un puzzle, decideva saggiamente che l’ora della merenda poteva coincidere con quella del pranzo, e che non dovevamo aspettare e potevamo mangiarcela subito.

 

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