Carpaccio alla Harry’s Bar

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Venezia è sacra. Perché quando ci arrivi, la prima volta, capisci che sei da un’altra parte. Sei fermo, a bocca aperta, sospeso nel tempo, in uno spazio che non esiste al mondo. Sei in Europa, quell’Europa che ti manca quando sei via, che ti rende complesso, affine al bello, profondo. Sei in Italia certo, dove ti fregano, ti fanno incazzare ma dove comunque e ovunque tu posi gli occhi, trovi il bello. E’ il bello che nel nostro paese ti salva la vita. Il bello è un po’ come un cucciolo di cane per una persona depressa, ti riempie gli occhi, ti aiuta ad andare avanti. E il bello è di tutti non solo di chi ormeggia barche o affitta jet privati.

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(Photo by Sarah Draiman)

Dopo gli smutandamenti degli ultimi giorni, dove dimostriamo sempre al mondo quanto siamo ignoranti. E non siamo più popolo di Santi, poeti, e marinai ma bensì esibizionisti tatuati e bolsi, bruciati dal sole, con le sopracciglia a gabbiano. Dove l’arte ha lasciato posto ai “mi piace” e il bello alla tamaraggine, tagliata spessa per favore. Siamo veline, prodotti masticati dai reality, calciatori supponenti che festeggiano prima di tirare un rigore. Insomma, ci siamo indeboliti, perché? Abbiamo perso di mira il bello, l’unica cosa che ci salvava prima e ci potrebbe salvare le chiappe ora. L’unica cosa che definiva questo popolo. Abbiamo smarrito per strada quell’istinto naturale teso a lasciare il segno immortale, per qualcosa in cui crediamo, a cui tendiamo, sostituendolo con zozze operazione di marketing e voglia di apparire più ricchi e belli di quello che siamo costi quel che costi. E alla fine ne usciamo poveri in canna, in mutande (quando non le leviamo), brutti, omologati, magari ricchissimi e con sette milioni di follower, ma poveri Cristi e noi coi Cristi abbiamo creato il Rinascimento.

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(Photo by Sarah Draiman)

L’altra sera guardavo un documentario su Sky Arte sull‘Harry’s Bar, che parlava di Venezia: la Venezia che tutti ci invidiano. Che rimane uguale a se stessa e non solo quella parte trappola per turisti, ma è biennale, cinema, bellini, laguna, la classe, la luce, il camminare a zonzo. La classe di chi sapeva vivere in soridina o alla grande, lo stile di chi quando arrivava non faceva rumore, eppure si giravano tutti. Il jet set che ora si è tramutato in un tendone da circo poco istruito e male consigliato, con la ricrescita e il gusto greve, non produce movimenti e cultura, ma copia e incolla, e burinizza il nostro futuro. Ti sbatte in faccia culi, tette, soldi, tatuaggi e pigiami.

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(Hemingway e Cipriani)

Guardatelo il documentario su Sky Arte, vi parlerà della generazione Cipriani, di belle donne eleganti, di artisti, di saper mangiare, di saper vivere e vi ripulirà gli occhi da un pelo di volgarità che ci è stata somministrata in questi giorni.

In quel bar è nato il Bellini (prosecco e pesca bianca) e il carpaccio. Quest’ultimo partorito al volo da un esigenza: una signora a dieta, poco tempo, tanto amore, semplicità e un pizzico di bello. Filetto di manzo, tagliato fine e maionese, nulla più. L’arte del sapersi fermare in tempo.

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Io l’ho rivisitato per voi,  cambiando alcuni ingredienti, per accontentare quella bella donna elegante che cercava di stare a dieta, e dedicato a tutte le belle donne che cercano di farlo anche in questi tempi così tristi. E oggi il buon Cipriani, magari l’avrebbe cucinato così:

Ingredienti per 4 persone:
1 pesca bianca
100 grammi di tonno a fette
rosmarino qb
yogurt greco 100 g
senape in grani qb
sesamo qb
olio
sale maldon
misticanza

Preparazione

Creare una salsa con yogurt greco, senape e olio, mescolando il tutto.

Tagliare a fettine la pesca bianca senza sbucciarla.

Disporre il carpaccio alternandolo con la salsa.

Posizionare sopra, pesche, misticanza, sesamo, e rosmarino tritato.

Chiudere il piatto con un filo d’olio.

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