Beati quelli.

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Beati quelli che il cibo é solo nutrimento, beati quelli che non assaggiano tutto, perché di essi é il regno dei cieli: io preferisco l’inferno e le papille estasiate, la ricerca. Ero un cavernicolo in una notte di stelle e primati che davanti ad un fuoco non si scalda ma scalpita e brucia un pezzo di carne mentre gli altri la ingoiano cruda. E saró sempre quel pazzo un po’ artusiano, sora lello, botturaturiano. E amo tutti quelli come me che non rimango frigidi davanti ai sapori e alle emozioni. Beati quelli che non piangono davanti ad un cetriolo marinato con la sua buccia e aceto affumicato giapponese. Beati quelli che non prendono un volo per andare a sperperare una fortuna a Copenaghen.

Beati quelli che non hanno preso il cibo come metafora o punto di vista sul futuro o per capire il passato o se stessi. Beati quelli che staranno lontani da me, dal mio piatto e da quel fuoco che brucia. Beati quelli che non hanno bisogno di arte, parole e inferni vari per procedere verso uno sdentato futuro. Beati quelli che inconsapevolmente non stanno capendo che un giorno ci accompagneranno, badanti e rallentati, solo i ricordi di quello che abbiamo amato anche solo per un secondo. A tutti gli altri, ci vediamo lí, in quell’inferno silenzioso e spero che il diavolo mi permetta di farveli due spaghi impiattati bene e poi un orgia di scarpette davanti alla padella coi resti, a parlare di arte, parole e mai e poi mai di quello che stiamo mangiando ma solo di dove lo vorremmo mangiare la prossima volta. E ora vado ad allenarmi come un marines per espiare i miei peccati, purtroppo non devo fuggire da nessuna tigre o animale selvaggio per meritarmi tutto questo peccato. E se anche voi non siete beati, bendati, a voi dannati come me, vi voglio sentire forte e chiaro. O andate qui non l’inferno per voi!

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